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Biglietti ConcertiE' MUSICA D'AUTORE. O FORSE NO. E' SICURAMENTE LIMO DEI RADICAL KITSCH

La recensione del nuovo album della band napoletana. A cura di Daniele Mazzotta.

E' MUSICA D'AUTORE. O FORSE NO. E' SICURAMENTE LIMO DEI RADICAL KITSCH

E' ciò che resta dopo le inondazioni del Nilo o è ciò che attende le anime dantesche una volta approdate all'Inferno. Ma è sostanza, pura sostanza che rimane nel presente, a raccontare qualcosa che c'è, che è stato e che continua ad essere. E in Limo, in uscita a gennaio per Fullheads e distribuito da Audioglobe, i Radical Kitsch cantano ciò che rimane, quello che è stato ma anche quello che ancora deve arrivare nella vita di ognuno, e ciò che vive in una realtà ritratta in un momento storico che non è uno qualsiasi. Pare poco? Lo fanno adoperando quei colori e quelle note che meno s'identificano con un ben definito genere musicale, aiutati, in questa alchimia stravagante quanto originale, da scienziati musicisti dell'underground partenopeo e per niente provetti. Per questa ragione il progetto composto da Giovanni Conforti, autore dei testi, dal pianista e compositore Francesco Capriello, dal chitarrista Gianluca Capurro, difficilmente passerà inosservato, come tali non passeranno le collaborazioni che impreziosiscono l'intero album. E' il sax di Luca Sepe ad arricchire le atmosfere in “Mario col Metano”, brano in cui la parola lavoro luccica, a stento, sull'acciaio del metalmeccanico di turno, mentre è il suono degli strumenti riciclati e ideati da Capone & Bungt Bangt, in Spartacus, a dare voce ad un individuo che, dopo il tentativo fallito di entrare a far parte dei colletti bianchi, prima gli punta il dito medio poi spara. Ancor meno può passare in sordina l'intervento vintage, durante le registrazioni del disco, di Eddie Kramer, fonico di Jimi Hendrix, Led Zeppelin, Rolling Stones e David Bowie, che ha accettato di mixare due brani dell'album, La Teoria della razza e Hopplà, imprimendo a queste quel retrogusto analogico che caratterizzarono le registrazioni di tutto il Festival di Woodstock. E' l'atto estremo, come accade in “Quanta Ipocrisia” dove il protagonista del brano decide di defecare pubblicamente in protesta contro i paradossi del mondo universitario, la linea guida dell'intero disco, dove le incomprensioni e l'incomunicabilità generano dissapori, malcontenti spesso marcati, stati d'animo dalle tinte scure e a volte anche tragedie, come in “Una Signora di provincia” dove il bovarismo è solo la fuga momentanea dalla realtà. Nati nel duemila, i Radical Kitsch hanno voluto imprimere al progetto e fin da subito, quella forma non ben definita che è invece classica dei generi musicali, mantenendosi a dovuta distanza dalla mania ansiogena di dover dare, a volte forzatamente, una classe d'appartenenza alla band. E' dai primi esperimenti che nascono anche i primi successi. Nel 2003 la canzone Demodè, di cui a breve uscirà il video, vince il premio Beniamino Esposito, patrocinato da Renzo Arbore e si aggiudica anche il premio della critica Audiocoop. L'anno seguente è la volta di Echi di Mare che ottiene il primo posto al premio Artemare mentre nel 2005 è Nerone Paranoico ad ottenere il riconoscimento della critica al Premio Battisti a Sanremo. In questi anni i Radical hanno collaborato con diversi artisti del panorama napoletano (il batterista Agostino Mennella, tra questi) e tutt'ora si avvalgono della presenza del batterista Ciro Iovine, del bassista Mario Sposito e della splendida voce di Irene Forcillo, continuando quel processo di contaminazione che si mantiene, in bilico, su una linea di confine mai troppo marcata, tra una lirica letteraria e un synth d'avanguardia. La verità è che l'esperimento sembra proprio riuscito.

Daniele Mazzotta

Pubblicato il 21 Gennaio 2012 da Daniele Mazzotta

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